In occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle donne, abbiamo partecipato a un evento che ha voluto focalizzare l’attenzione non solo sulla Violenza di genere, ma sulle componenti emotive legate alle condizioni ambientali che spingono le donne, a non valutarsi in quanto persone, generando delle disfunzioni comportamentali.
Dopo i saluti delle autorità e il benvenuto del Cral Acque che ha organizzato l’evento, è stato il nostro momento; la Presidente Patrizia Cappelletto come sempre ha rappresentato tutti noi raccontando l’associazione, i suoi obiettivi e i tanti traguardi raggiunti in questi ormai 11 anni di attività.
Si sono poi susseguite, le letture di brani tratti dal nostro Magazine Con-Tatto; sono state le stesse autrici, Annalisa Panicucci, Mariella Rinaldi, Daniela Conforti, Francesca Gagliardi e Giulia Scanu, che con la voce rotta dall’emozione hanno raccontato cosa significa essere ostaggio di un disturbo alimentare.
E’ stato un bel pomeriggio intenso di emozioni in cui l’empatia tra i presenti era palpabile.
Per chi non ha potuto partecipare, riportiamo a seguire il testo integrale di quanto è stato letto, riteniamo che sia un grande regalo per tutti noi.
ANNALISA – Creature speciali “Ci sono creature speciali, le riconoscete perché si sentono sempre un po’ fuori posto. Pensano che la loro anima sia ingombrante, troppo pesante per loro e per gli altri. Sono dolci, a volte furiose ma se la prendono solo con se stesse. Si sentono di passaggio ed è come chiedessero scusa ad ogni passo. Gli occhi si abbassano, a volte si velano, le spalle si incurvano, il corpo non gli appartiene più. Vorrebbero dimenticarsi di noi, del mondo, ma lo fanno in maniera goffa, indecisa, ancora tendono una mano per chi sappia guardare. Sono Angeli, angeli feriti e sono il bene più prezioso che ci è dato in custodia. Saperle riconoscerle ed accompagnarle, e’ il dovere della nostra umanità ed è un onore. “ Chi si ammala di DCA ha spesso tratti simili, sono persone intelligenti, sensibili, gentili e fragili, sono belle e non sanno di esserlo, si sentono sempre inadeguate e mai all’altezza, sono inquiete, piene di ansie, di paure, di ossessioni, e pensano che gli altri, solo gli altri , abbiano diritto alla felicità, e che gli altri, non certo loro, abbiano tutto quello che possa rendere forti e felici.
In loro abita una profonda solitudine che le spinge a voler qualcuno vicino, costi quel che costi “ Vi dirò solennemente che molte volte ho voluto diventare un insetto. Ma perfino di questo non sono stato degno. Vi giuro signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia.” Fedor Dostoevskij
MARIELLA – L’ospite inquietante – È ormai passato così tanto tempo dall’ultimo Natale ‘normale’ che non saprei più dire quando è stata l’ultima volta che ho realmente apprezzato, partecipato e fruito dell’atmosfera natalizia. Il periodo dell’attesa, la trepidazione prima di allestire l’albero, i preparativi, la ricongiunzione coi parenti più prossimi, le telefonate a quelli più distanti, e poi le visite, lo scambio di auguri e le uscite con gli amici, e tutte quelle altre cose abbastanza comuni che si fanno nei periodi di festa appartengono ormai ad un “C’era una volta” che adesso non c’è più, risucchiati dal buco nero generato dal terrore di pranzi e cene condivisi e dall’«Ospite inquietante» — per dirla alla Galimberti — seduto a capo tavola, a promuovere un brindisi allo smarrimento della felicità, alla degradazione della serenità, alle rinunce, alle paranoie, ai sensi di colpa e a tutti quegli altri ‘doni’ indesiderati che Esso, riconfermandosi un disturbo — ed in particolare un disturbo alimentare — ha voluto generosamente elargirmi nel corso di questi anni. Ma — si badi bene — il mio Ospite ha avuto perlomeno la premura di rompere la monotonia del susseguirsi di lotte al Natale sempre uguali: ha fatto sì, infatti, che nel corso del tempo cambiassero sia le situazioni contingenti che l’intensità delle emozioni e la loro durata. Ho a lungo odiato le festività e tutta l’atmosfera che le caratterizza. Ho detestato tutta quell’enfasi posta sul cibo: le pietanze da preparare, le ricette tradizionali da riproporre, i dolci da servire onorando rituali inveterati. Ho tentato in varî modi di sottrarmi e uscirne indenne, non partecipe della circostanza né della gioia condivisi. C’è stato un momento, però, in cui mi sono ritrovata a pensare che il mio Ospite potrebbe essere la sola compagnia che mi resta, e intanto i Natali passano e le Persone pure, come Natali e Persone son passati mentre io ero troppo impegnata a fare a Lui gli onori di casa, senza avere più la possibilità di tornare indietro e rivivere — anzi, vivere — quei momenti insieme… Mi son detta che, sì, l’Ospite forse continuerà ancora per qualche tempo ad accompagnarmi nelle diverse occasioni, ma sempre meno, sempre meno, sempremeno… e gli aspetti rilevanti della mia vita, e immanenti, dovranno quanto prima riacquistare il loro spazio, finché ce ne sarà la possibilità e finché c’è tempo. Perché io, del Natale, non voglio continuare a ricordare solo la tensione che si taglia a fette e la Sua ombra proiettata a capo tavola.
In noi, è urgente la necessità di essere viste e amate “Ho sempre avuto fame d’affetto, io. E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani anche una sola volta. Abbastanza da dire: “ grazie, sono piena più di così non ce la faccio. Sarebbe bastata una volta, una sola unica volta..” Haruki Murakami
DANIELA – L’eco dei silenzi punitivi Mai alzate di mani, di voci, ma sempre e solo silenzio, disprezzo e silenzio…e tanta, tanta solitudine. Il maltrattamento psicologico non lascia segni sul corpo, ti annulla l’anima. Una violenza subdola dove ti martella costantemente nella testa il disprezzo, il fine sarcasmo, le critiche che diventano il pane quotidiano, distruggendoti senza che nessuno intorno a te se ne accorga. Una violenza che lascia segni nella mente e nel corpo che ne diviene il contenitore, quel contenitore che vorresti fosse riempito d’amore e che invece riesci a riempire solo con il cibo. Vivi un clima di continua disapprovazione, prima di conoscere quale sia la causa del tuo malessere che neanche sapevi di avere. Io credevo che quella fosse la vita, come puoi ammettere a te stessa che tutto quel dolore ti viene procurato dalle persone che ami, ingenuamente pensavo che “doveva essere così” … Ho provato invano a gridare il mio dolore provocato da persone narcisiste, manipolatrici, abili nell’elargire complimenti “disonesti”, abili nel farmi sentire in colpa per le mie azioni, nell’isolarmi dal resto del mondo, mettendo in dubbio la mia capacità di giudizio, di personalità, del mio essere Donna, fino a farmi perdere il sorriso, fino a non sapere più chi fossi. Non fate l’errore di chiudervi in voi stesse, la mente gioca brutti scherzi, certe volte per proteggerci dal dolore ci fa credere che le cose stanno andando nella maniera giusta, ma non è proprio così.
In noi è forte la convinzione di essere diverse dagli altri ed è difficile accogliere la bellezza della diversità “La bellezza del cosmo è datanon solo dalla unità nella varietà, ma anche dalla varietà nell’unità” Umberto Eco
FRANCESCA – La bellezza della diversità L’immagine triste e critica che avevo di me; dita puntate; sguardi severi; smorfie accentuate; risatine non troppo nascoste; offese talvolta urlate tra la gente, ecco… Queste sono le cose che hanno caratterizzato la mia esistenza, portandomi a rinchiudermi in me stessa e a farmi male psicologicamente e fisicamente… Sono passati anni e una cosa è cambiata: il mio punto di vista! Una considerazione non da poco! Dopo anni di terapie psichiatriche e psicoterapeutiche, ho preso consapevolezza di me, di quella che sono, dei miei pensieri, dei miei pregi e dei miei difetti. Nei momenti più difficile penso: “forse sono diversa”, poi sorrido e pensando di essere una goccia d’acqua diversa in un oceano di gocce diverse. Raramente viene apprezzata la “diversità” perché è più facile, più comodo, più sicuro uniformarsi al branco. Questo adattarsi a un modello deciso da una società che tende ad annullare il genio dell’unicità, dà la possibilità di rendersi invisibili e al sicuro da possibili critiche. Non solo non viene apprezzata la “diversità” anzi, spesso viene usato un termine che io ritengo triste: “ACCETTARE”. Ma che significa questa parola? “Acconsentire a ricevere qualcosa, qualcuno oppure a fare qualcosa” Ma stiamo scherzando? Immaginiamo un mondo con un solo profumo; le melodie con una sola nota; i cibi con un unico sapore; l’arcobaleno con un solo colore…Pensate che in natura ogni cosa differente esista perché è stata precedentemente “accettata”? Esiste, punto! E per noi è normale che sia così! Ed ecco la parola chiave: NORMALITÁ. Dovremmo promuovere il concetto che è NORMALE ESSERE TUTTI DIVERSI, forse è questo il modo per provare a scardinare quel meccanismo diabolico che costringe i ragazzi più fragili ad uniformarsi a modelli imposti per essere accettati dai pari e per sentirsi parte di una società che sembra ci voglia tutti uguali. Siamo un mondo di diversi…normalmente diversi…e menomale””
In noi abita un dolore profondo “ Non sempre chi sorride è felice. Ci sono lacrime nel cuore che non arrivano agli occhi” Jane Austen
GIULIA – Ci sono ferite che non fanno rumore. Ferite che camminano per strada vestite come tutti, che ridono come tutti, che rispondono “tutto bene” come tutti… mentre dentro hanno un mare che si rovescia contro le costole. – I disturbi alimentari sono così: dolori silenziosi. – Non gridano, non chiedono permesso, non si annunciano con un tuono. – Iniziano piano, con un’idea sfuggita da qualche parte, un bisogno di ordine in un mondo che non si lascia sistemare, una voglia disperata di sentirsi finalmente “abbastanza”. – All’inizio sembrano una soluzione. – Un modo per rendere tutto più sopportabile. – Un gesto minuscolo — togliere qualcosa dal piatto, aggiungere un pensiero, spostare un confine — che sembra portare pace. – E invece, giorno dopo giorno, portano via pezzi di vita. – Si vive in una contraddizione continua: volersi nascondere e urlare allo stesso tempo, volersi controllare mentre si perde ogni controllo, volersi liberare da un peso che non sta nel corpo ma nell’anima. – Ci si guarda allo specchio e non si vede più un’immagine: si vede una richiesta, una colpa, una domanda che non smette mai di fare male. – I disturbi alimentari hanno il potere di trasformare il cibo in una minaccia, la fame in un giudizio, la tavola in una battaglia. – Non è mai “solo cibo”. – È ciò che rappresenta: il valore, la fragilità, la paura, l’invisibile che pesa più di qualunque numero sulla bilancia. – E c’è tanta, tantissima solitudine. – Una solitudine che non è fatta di stanze vuote, ma di pensieri ripetuti, di notti che non finiscono, di sensi di colpa che non danno tregua. – Una solitudine che ti fa credere di essere sbagliata, debole, complicata. – Quando in realtà sei solo umano. – Umano, e stanco. – Ma in mezzo a tutta questa oscurità, succede qualcosa. – A volte minuscolo come il rumore di un cucchiaino nel caffè. – A volte grande come un abbraccio. – Qualcosa che fa capire che forse la vita non è tutta lì… nel peso, nella forma, nella perfezione che non arriva mai. – E allora nasce un desiderio timido: non guarire — quello è un viaggio lungo — ma restare. – Restare nel proprio corpo anche quando fa male. – Restare nei propri passi anche se tremano. – Restare nelle proprie emozioni senza scappare. – È un atto di resistenza. – Un atto di dolcezza. – Un atto di verità. – Perché i disturbi alimentari non sono scelta, capriccio o vanità: sono dolore. – Dolore che non sapeva dove andare e si è attaccato al corpo. – Dolore che ha cercato una lingua, e ha trovato il cibo come unico alfabeto possibile. – Eppure, dentro chi lotta, c’è una forza enorme. – La forza di chi ogni giorno prova di nuovo, anche quando “di nuovo” sembra troppo. – La forza di chi cerca una via d’uscita in un labirinto senza indicazioni. – La forza di chi non si arrende a scomparire. – A volte basta una frase, un gesto, una presenza, per ricordarsi che il mondo è ancora qui. – Che fare pace con il proprio corpo è difficile, ma non impossibile. – Che la fame può tornare a essere vita. – Che la tavola può tornare a essere un luogo e non una sentenza. – Che anche se si cade, si può sempre ricominciare. – La guarigione non è una scalata, è un ritorno. – Un ritorno lento, fragile, bellissimo. – Un ritorno a sé stessa — con tutte le crepe, con tutte le paure, con tutta la dolcezza che ci è stata negata. – E forse è questo, alla fine, ciò che conta: non essere perfetti, ma essere qui. – Ancora qui. – Nonostante tutto. – E, in qualche modo, grazie a tutto.
Dobbiamo avere la forte convinzione che le cose possono cambiare perché … “Dopo tanta nebbia – a una – a una – si svelano le stelle” Giuseppe Ungaretti










